Boccadirosa, soggetto politico

aprile 17, 2012 § Lascia un commento

 andrea bagni

Viviamo un tempo strano, almeno in certi luoghi di lavoro come la scuola. Una specie di tempo sospeso, insieme di rassegnazione e di rabbia. Un po’ di attesa, un po’ di urgenza. C’è chi aspetta di andare in pensione, e aspetta aspetta. Intanto ragazzi e ragazze ti circondano sempre della stessa età, contagiosi, e non capisci bene se stai crescendo senza invecchiare oppure invecchiando senza crescere…

Il precariato e il sentirsi soprannumerari sembrano diventare la cifra dell’esistenza, però paralizzano molto più che mobilitare, come accade spesso con le passioni tristi. La stagione della pornocrazia berlusconiana ha lasciato il segno. Il palazzo, così sensibile alle figlie (a quelle belle), si è allontanato talmente dalla società che nessuna mobilitazione è più sembrata all’altezza del baratro, dotata di una qualche speranza di successo. E senza speranza non c’è conflitto, tutt’al più testimonianza. Si muovono soltanto i militanti, che nell’inerzia sarebbero distrutti dal senso di colpa. Anche ragazze e ragazzi per certi versi si mobilitano quasi come rito interno di socializzazione, per sentire di esistere, di esserci in qualche modo. Ma lo spazio quotidiano della loro vita sembra lo considerino quasi perduto per le trasformazioni. Nelle loro assemblee dicono, lasciamo perdere le richieste sulla didattica, è vero che è tutta quantitativa e una macchina di voti ma tanto non la possiamo cambiare, non muterà mai nulla, se faremo la settimana con il sabato libero i professori ci massacreranno in quei cinque giorni, le mattine e i pomeriggi e il giorno dopo, meglio distribuire il danno e salvare noi stessi almeno fuori. Per quell’altro tempo preserviamo le nostre anime. La scuola sarà sempre una megamacchina di voti che chiede subordinazione.

Alla fine, mi sembra, non è neanche quello, perché nessuno ci crede più davvero a certe rappresentazioni, per cui si fa finta di esigere molto, programmi sterminati a ritmi serrati,  e ci si accontenta di pochissimo. E tuttavia nel contenitore di pratiche varie a volte capitano cose belle, perché la vita e le relazioni umane sanno trovare spazi inusitati di sapere, nel labirinto di sogni o incubi.

Resta il fatto che in generale questo tempo sospeso dell’Italia, tempo tecnico, non è solo un deserto di solitudini e rassegnazione. Ogni tanto si vede chiaro il tentativo diffuso nella società di resistere spostandosi dalla rappresentazione dominante, da questa arroganza dei Prof di governo, che mirano soprattutto ai simboli, a riscrivere la costituzione del paese per produrre l’immagine che piace ai mercati: quella di un potere disciplinante in un universo sociale disciplinato, rassegnato alla naturalità dell’economia. Non ci sono alternative, non avrai altro dio che quello che detta i comandamenti necessari per competere sul mercato.

E però nella primavera scorsa il pubblico ha riempito la scena e preso la parola. Una società civile che parte da se stessa, fa da sola, sfrutta tutti i varchi per far sentire la sua voce. Crea luoghi pubblici, rivendica beni che sono relazioni, da sottrarre alla colonizzazione delle istituzioni e delle merci. Non è vero per niente che questo neghi il conflitto sociale: lo vive allargato, come questione di democrazia, diritti, dignità e progetto di vita personale. La società civile non è il tutto indistinto del pensiero liberale, somma di soggetti privati o luogo irenico dell’armonia. Riflette la cultura del potere. La produce anche. Parlare di beni comuni è immediatamente aprire pratiche di conflitto con chi riduce tutto a merce e a calcolo costi-benefici. Perché per adesso chi davvero è uscito dal novecento è il neoliberismo, che ha aperto una sua fase costituente: la radicale separazione del capitale dalle mediazioni con il lavoro, tornato merce manipolabile a piacere. Non si salverà la sinistra se non si colloca a questa altezza, se non riparte da una società non solo civile, ma politica e costituente. Se non ci si misura con l’individualizzazione della società postfordista, miserabile e precarizzata, per proporre un’altra grammatica della sfera politica. Che intrecci di nuovo vita personale e dimensione collettiva. Non c’è libertà fuori da una relazione. C’è la solitudine. La paura che genera mostri e Padri onnipotenti cui affidarsi. Salvatori della Patria.

Il “manifesto per un soggetto politico nuovo” pubblicato il 28 marzo, a me pare si rivolga a questa società politica, orfana di rappresentanza politica. La stessa che si è ritrovata intorno alla Fiom di Landini in questi ultimi anni. Per provare a costruire forme di relazione e organizzazione che permettano di passare dalla vitalità che insorge creativamente, alla creatività della vita quotidiana organizzata. Non è più immaginabile, mi sembra, la militanza di un tempo che prevedeva il sacrificio di oggi per andare al potere domani e cambiare il mondo dopodomani. Dall’alto, dopo essersi “fatti stato”. Le ragazze e i ragazzi che vedo non mi pare abbiano idea di questo futuro dalle magnifiche sorti e progressive, del sole dell’avvenire. E lo stato lo vedono in questi giorni nei cinema che raccontano di Genova 2001: Non pulite questo sangue. Per loro qualcosa deve succedere qui e ora, prevedere la creatività personale, la costruzione di relazioni decenti che siano già un altro mondo, altra economia e orizzonte della vita.

Chiaro che c’è da inventare un mare di roba, perché non si tratta di essere opinione pubblica che fa pressione sui partiti o movimento evanescente, ma corpo intermedio nuovo − e davvero senza cancellare i corpi: di donne e uomini, con il loro immaginario e la loro parzialità. Peraltro non avrebbe molto senso una democrazia della mobilitazione permanente: i tempi della vita di donne e uomini, ragazze e ragazzi non sono quelli di una militanza totalizzante, a tempo pieno. Il tentativo è di stare nel posto chela Costituzione assegna ai partiti inventando una organizzazione diversa dalla vecchia forma partito, e non per “sputare” su qualcosa o qualcuno ma perché quel modello costruito a somiglianza dello stato da conquistare non funziona. È cambiata la società ed è cambiato lo stato: le decisioni passano da un’altra parte e le mobilitazioni pure, i partiti prendono voti (pochi) connettendo un deserto a un vuoto. Si può ripartire dalla polis, ma per ricostruire lo spazio (in tutta Europa) della politica.

C’è molto da inventare ma potrebbe essere appassionante. E sarebbe costruire a partire dal luogo dove siamo e viviamo. Così come si dovrebbe fare forse nelle scuole: dare voce pubblica a quello che si vive dentro. Fare della democrazia del lavoro non una questione sindacale ma quasi esistenziale, di cittadinanza e dignità personale. Senza liberare territori e abitarli in forme felici, cioè politiche, non ci sono barricate possibili. Non si resiste senza creare.

Il nome del soggetto nuovo andrebbe ispirato a una delle donne di Faber. C’è chi la politica la fa per noia, chi se la sceglie per professione; Boccadirosa né l’uno né l’altro, lei lo faceva per passione.

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